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A cura di Vladimiro Merisi

La badinerie

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Badinerie  dalla Suite Orchestrale no. 2 in si minore, BWV 1067 di J. S. Bach

 

Certamente non assurgerà mai a disciplina olimpionica, ma il “salto di palo in frasca” è un’attività che mi consentirà di parlare di quello che mi piace, quando mi piace. Stavolta tocca  alla Badinerie. Il termine “Badinerie” (‘scherzi’ o “puerilità”, da badiner, ‘per scherzo’ o “puerilità”) è una breve danza vivace inclusa come movimento nella suite barocca.   Il termine musica barocca indica una categorizzazione della musica composta nel XVII secolo e nella prima metà del XVIII secolo, che la fa corrispondere alla diffusione del barocco nell’arte post-michelangiolesca, che ne rimarca gli aspetti di decadenza rispetto al Rinascimento; in seguito, Heinrich Wölfflin in Rinascimento e Barocco (1888) riprese il termine in senso positivo e propose anche di allargare il suo uso alla letteratura ed alla musica. Fu il musicologo Curt Sachs nel 1919 a riprendere le tesi di Wölfflin sull’arte barocca ed applicandole in maniera sistematica alla musica: egli vedeva in alcune caratteristiche specifiche dello stile musicale (per esempio, l’uso dell’ornamentazione e della variazione della melodia, oppure la scrittura monodica con basso continuo detto anche ostinato) la trasposizione delle novità stilistiche della pittura.

Questo genere si sviluppa a fianco di composizioni che ancora rientrano completamente nell’orizzonte stilistico tardo-rinascimentale – a volte i due stili coesistono nell’ambito della produzione dello stesso compositore – pertanto non è possibile stabilire una data precisa di inizio del periodo barocco in musica così come, con analoghe considerazioni, non si può stabilire una data per la sua conclusione. Il concetto di musica barocca è controverso: molti musicologi sostengono che sia illogico unire sotto un’unica etichetta un secolo e mezzo di produzione ed evoluzione musicale che ha fatto della varietà e della differenza il proprio programma estetico. Così come le altre forme d’arte del periodo, la musica barocca era votata al desiderio di stupire e divertire l’ascoltatore: cambi repentini di tempo, passaggi di grande virtuosismo strumentale o vocale e l’uso del contrappunto e della fuga, sono gli elementi che più caratterizzano la produzione musicale di questo periodo, insieme ad uno sviluppato senso dell’improvvisazione.
Il Barocco si esplica soprattutto in tre forme: Il concerto grosso, una sorta di espansione della forma della sonata a tre, nei due generi da chiesa e da camera, messo a punto a Roma, verso gli anni ’80 del Seicento; Il concerto solista: che individua in Antonio Vivaldi l’inventore di una forma musicale che prevede uno o più strumenti solisti ai quali è assegnata una partitura obbligata o una sezione (comunemente chiamata sequenza), dedicata all’improvvisazione dell’esecutore. La suite: le cui origini affondano nella pratica antichissima di accompagnare e sostenere la danza con un numero più o meno elevato di voci o di strumenti.
Solo molto più tardi la suite diventa un “seguito” di danze puramente immaginarie e viene ridotta a quattro danze “di base” (allemanda, corrente, sarabanda e giga). Sarà questo il modello di base seguito da J.S.Bach per alcune delle sue suite. Interessante notare come fra la sarabanda e la giga si possono ritrovare danze come la gavotta, siciliana, bourrée, loure, minuetto, musetta, doppia e polacca, mentre dopo la giga le danze ordinariamente sono la passacaglia e la ciaccona.   Ascoltiamo la Badinerie di Bach – settimo e ultimo movimento della Suite Orchestrale no. 2 in si minore, BWV 1067, per flauto ed archi –  in questa interpretazione del Croatian Music institute 21-11-2010. Quello composto da Johann Sebastian Bach intorno al 1730 è il brano che più di ogni altro ha contribuito a plasmare la struttura della Badinerie, musica gioiosa che ricorda molto una gavotta ma più veloce.   I musicisti sono: Art. leadership – Violin – Laura Vadjon; Baroque flute – Ana Benić; Harpsichord – Pavao Mašić; Violin – Tanja Tortić; Viola – Vlatka Peljhan;Cello Nika Zlatarić; Double Bass – Helena Babić. Il movimento è veloce e fresco. Come la maggior parte delle danze barocche è stato scritto utilizzando un formato binario (cioè si compone di due parti A, B. Di solito eseguita come AABB) e viene interpretato con un flauto accompagnato da due violini, una viola e un basso continuo, ed è in qualche modo uno show per flautisti solisti per dimostrare il loro talento grazie al suo ritmo veloce e difficoltà.

  Fra le decine di interpretazioni reperibili ho scelto questo pezzo eccellente, affascinante per l’ ‘intimità che restituisce la performance della piccola Baroque Ensemble croata. Assolutamente da gustare la presenza del clavicembalo che sarebbe ancora più godibile se fosse un poco più forte. A mio avviso siamo di fronte a una  interpretazione squisitamente fresca con una sorprendente qualità del suono nella quale spicca la solista al flauto. Provate ad ascoltare e guardare contemporaneamente Ana Benić: è incredibile, davvero incredibile il controllo del respiro.   Per finire e consentire comparazioni individuali, di seguito, proponiamo anche un fantastico arrangiamento per clavicembalo e violino suonato da Janine Jansen. Poiché spesso il primo link (il migliore per qualità del suono) viene interdetto, a esso abbiamo accopiiato anche quello più facilmente reperibile, ma vi assicuro che il primo è davvero un altro pianeta!

 

 Vladimiro Merisi

Alla prossima.

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Thirty Seconds To Mars – Live concert

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LOVE LUST FAITH + DREAMS

LOVE – 08:30 – Nella piazzetta dove avremmo dovuto tutti aspettare il pullman c’era quel misto di timidezza e agitazione. Ci si scambiava occhiate furtive tra chi si sospettava fosse lì per andare al concerto. Qualche indizio? Stessa età, stessi gadget, maglia della stessa band eccetera eccetera. Ma è sul pullman che ormai, consci di essere tutti lì per una sola ragione, si fa amicizia come il primo giorno di scuola. Si fa amicizia consapevoli di star per condividere un’esperienza indimenticabile.
This Is War e Love Lust Faith + Dreams (rispettivamente il terzo e il quarto album dei Thirty Seconds To Mars) girano senza sosta per tutto il tragitto nel lettore CD, quasi non ne abbiamo più voglia ormai… LORO STANNO ARRIVANDO. Mars is coming!

LUST – 15.30 – Resti tra noi, lo Staff si incazzerebbe come una bestia se sapesse che abbiamo scavalcato un paio di transenne. Semplicemente non ce la facevamo a postarci calmi calmi alla fine del serpentone che era quella fila scomposta e disorganizzata sotto il sole cocente del primo pomeriggio.
Mi guardo intorno, abbiamo tutti le stesse facce, le stesse espressioni. Proveniamo da luoghi diversi, abbiamo anche un ventaglio di età particolarmente ampio che non mi aspettavo, vestiamo simili e contemporaneamente diversi. Ma in realtà siamo tutti accomunati da una stessa attesa. Qualcuno sviene piegato su se stesso come il gambo di un fiore di campo appena spezzato, o una pianta che non soffre il calore messa sotto una finestra a pieno sole. Mi siedo sull’asfalto duro e cocente, le altezze degli altri mi fanno più ombra di quanta qualche ombrello utilizzato a scrocco non me ne facevano. La ragazza seduta di fronte a me mi sorride, quasi a volermi dire “abbiamo fatto la scelta migliore”. Si chiama Paola ed è la sua seconda volta che li vede. La prima volta aveva tredici anni, ora ne ha sedici. Questo mi fa rivalutare il senso delle parole “Sei troppo piccola per…

FAITH – 18.30 – La fila scorre lentamente, appiccicosamente, disordinatamente. Hanno aperto le porte.
Tralasciamo il fatto che l’addetto al controllo borse abbia rotto la mia tracolla, tralasciamo il fatto che la mia figura barbina del non saper da che parte inserire il biglietto nella macchinetta deve aver fatto sicuramente ridere qualcuno, siamo dentro. Sono dentro all’Ippodromo delle Capannelle.
La distanza che separa i cancelli dal palco sembra infinita, fan scatenati sfrecciano accanto a noi cercando di accaparrarsi i posti migliori. Io no, io cammino. Io non ho fiato, né tanta speranza sinceramente. Qualcuno dello staff si complimenta. Sembra che io sia l’unica persona normale in quella gabbia di matti a detta sua.
E invece ci arrivo eccome! Certo non sarò sotto sotto il palco ma la mia visuale è più che ottima, molto vicina. La bianchissima triade campeggia al centro del palco, aspetta solo di essere colorata. I tecnici del suono si affaccendano per le ultime mansioni, per rivedere i dettagli. Con lo sgomento e la delusione di molti la batteria non è stata montata, Shannon non c’è. Sta male. È rimasto a casa. I ragazzi coi biglietti VIP salgono sul palco tra un misto di acclamazione e insulti, hanno pagato dai 300 ai 700 euro per stare lì. Hanno assistito al soundcheck, hanno avuto gadget, stanno per incontrare la band e farsi una foto con loro. Il mio “misero” biglietto da 40 euro sembra niente a confronto. Ma almeno sono lì, li vedrò. Tomo che fa capolino provoca un’esaltazione generale.
Apre il concerto Dj Armandino, con un nome così il set sarà di certo un programma. Musica rock e pop mixata su una base house da discoteca, sarà pure una combinazione esplosiva ma non mi prende. Io aspetto loro…

DREAMS – 21:50 – Le luci si spengono, la triade si illumina, le prime note di Birth risuonano inconfondibili. Jared e Tomo sono salito sul palco con appena 5 minuti di ritardo e hanno aperto il concerto. Sotto al palco tutti eravamo quando Jared è entrato con i suoi lunghi capelli al vento e vestito praticamente come Gesù (è il solito paragone che riappare, nonostante in una delle canzoni del set Search & Destroy canti “I’m no Jesus and neither are you my friend): luci argentee accecanti, tunica pantaloni e canottiera bianca, barba folta, chioma sulle spalle e corona in testa. Occhiali da sole sempre sul naso (che si è tolto dopo qualche canzone perché voleva “guardare negli occhi tutti! ”), bandiera con la triade, energia da vendere e voce inconfondibile.

Night Of The Hunter è probabilmente il cavallo di battaglia live. Canto a squarciagola l’intero set, le mani in alto a mostrargli la mia presenza, a cercare di far foto, a farmi spazio tra la folla che mi soffoca.
Al rock “violento” di This Is War si è contrapposta la dolcezza di City Of Angels dedicata al fratello – batterista, a casa malato. La novità di Do Or Die ha anche lasciato spazio agli evergreen in versione acustica di The Kill e From Yesterday. I colori delle armonie di Conquistador sono accompagnati dal lancio di decine di palloncini enormi sulla folla in delirio. Ricordano molto la copertina dell’ultimo album.
Jared salta, balla, gira in cerchio, si relaziona col pubblico, tenta di biascicare qualche parola in italiano provocando ilarità generali. Riesce a premiare i presenti col miglior regalo di sempre, renderci protagonisti dello show. “Il pubblico italiano è quello che canta meglio e siete i più folli di tutti”, grida che si sente a casa qui. Tomo suona contemporaneamente chitarra, synth, tastiera, un tamburo e tiene su il suo cappellino per tutta la serata come se non sentisse il caldo.
Tutto si conclude col potente singolo Up In The Air confetti colorati di carta riempiono il cielo come se fossero stelle, Jared saluta un aereo che sta partendo verso qualche ignota destinazione. Si stanno perdendo un grande show qui, dice.
Sulla via dell’uscita ripenso a tutta l’intersa giornata, le immagini mi passano davanti come in un film. Un conto è stato guardare foto, video, interviste, ascoltare canzoni tutti questi anni. Loro sono reali, fatti di carne ossa e voce. Io li ho visti, li ho incontrati, li ho sentiti. Non ho mai creduto a questa voce e invece ora devo cambiare idea, le versioni live dei brani sono davvero migliori! C’è quel misto di surrealismo ed emozione che le condisce. Il sudore, la stanchezza.. È davvero finita? Sguardi mesti e bassi, in pochi parlano. Mi aggrappo ad una rete, lontano tra le roulotte e l’attrezzatura che oscurano la vista c’è una luce. Una sagoma, inconfondibile. JARED urlo con quel poco fiato che mi rimane in gola. Lui si volta un attimo, i capelli riempiono tutto lo spazio. Torna a parlare con altra gente dietro le quinte.
Mi ha vista penso… e varco la soglia dell’uscita.

     

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Erika Marzano

Over the rainbow

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Questa settimana ci inoltriamo nel territorio impervio delle cover, brani famosi cantati (o semplicemente suonati) da artisti diversi da quello originale.
Le cover sono, sostanzialmente, di due tipi, quelle che ricercano l’assoluta fedeltà all’originale (basti pensare alle decine di tribute band più o meno ufficiali di questo o quel gruppo) e quelle che se ne distaccano, anche marcatamente e deliberatamente.
In questo caso credo sia più corretto parlare di “interpretazioni” (non di rado migliori dell’originale) piuttosto che di cover belle e buone.
Fatto questo preambolo, veniamo a parlare del brano che vi propongo questa settimana.
Mi rendo conto solo ora che per la seconda volta in due settimane attingo alla colonna sonora di un film: Il mago di Oz del 1939. Nella versione originale il brano è cantato da Judy Garland attrice, cantante e ballerina statunitense nonché madre di Liza Minnelli.
Sì, stiamo parlando di (somewhere) Over the raimbow, premiata nel 1981 con il Grammy Hall of Fame Award, eletta  dai discografici statunitensi miglior canzone del XX secolo e divenuta nel tempo  uno dei più grandi inni del movimento di liberazione omosessuale.

 

 

Carica di onorificenze, la canzone è stata ripresa da un numero industriale di altri cantanti fra i quali citiamo solo — facendo torto a decine di altri artisti di rilevanza mondiale — Ella Fitzgerald, i Deep Purple (http://www.youtube.com/watch?v=ouGEcIUVc-I ), Aretha Franklin,  Ray Charles, Rufus Wainwright, e la nostra Malika Ayane  ( http://www.youtube.com/watch?v=CgPBy23WbXE&feature=kp ).
Ma la versione che vi proponiamo ha in sé qualcosa di speciale: ascoltatela prima di proseguire oltre.

 

 

Il brano è cantato da Israel Kamakawiwo’ole (IZ per gli hawaiani) che si accompagna con l’ukulele.
Il video che vi proponiamo (100 milioni di visualizzazioni ) è relativo proprio alla cerimonia di dispersione delle sue ceneri nell’Oceano.
IZ, deceduto nel ’97 a 38 anni per una patologica forma di obesità, è quel gigante dalla voce angelica che compare in svariate inquadrature.
La sua interpretazione, affatto particolare, è stata sfruttatissima ai fini commerciali: incluso nelle colonne sonore di diversi film (Scoprendo Forrester, Vi presento Joe Black, 50 volte il primo bacio, Ritorno a Kavai)  in una puntata della serie tv ER, in una puntata di Scrubs, in una di Life on Mars, in una di Cold Case,  come sigla di Cose dell’altro Geo e come jingle di spot pubblicitari.

Ascoltare in maniera comparata questa versione con quelle di Dee della canzone come la Fitzgerald, la Franklin, la Streisand, la Vaugham, di straordinari crooners come Sinatra o Ray Charles, di interpreti sensibili come Wainwraight (che l’ha cantata con la Garland) – indipendentemente dall’impianto musicale adottato – fa comprendere di primo impatto, senza necessità di addentrarsi in pallosi dettagli tecnici, la forza racchiusa nella scarna esibizione di IZ.

Non c’è orchestra o voce divina che regga il confronto con la miscela creata da quelle quattro corde strimpellate e dalla voce profonda di questo gigante (mi ripeto, lo so, ma come lo volete definire uno che pesa 340 kg per 188 cm) che amava i bambini al di sopra di qualsiasi altra cosa e che ora può continuare a cantare “da qualche parte, oltre l’arcobaleno”.

 

Somewhere over the rainbow

Way up high

In the land that I heard of once

Once in a lullaby

Somewhere over the rainbow

Skies are blue

And the dreams

That you dare to dream

Really do come true

Someday I wish upon a star

And wake up where the clouds are far behind me

Where troubles melt like melon drops

Away above the chimney tops

That’s where you find me

Someday I wish upon a star

And wake up where the clouds are far behind me

Where troubles melt like lemon drops

Away above the chimney tops

That’s where you find me

Somewhere over the rainbow

Skies are blue

And the dreams

That you dare to dream

Really do come true

If happy little bluebirds fly

Above the rainbow, why

Oh, why can’t I?

                                                                                                                                 Vladimiro Merisi

The Dropkick Murphys

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Oggi, e in barba ai nefasti proverbi relativi agli “inizi” di martedì, diamo il via a una rubrica musicale che speriamo di poter mantenere a una cadenza settimanale.
Parleremo di musica a 360°, senza fittizi steccati formali, di genere e soprattutto in maniera diacronica, attraversando i secoli alla ricerca di quelle che, a mio modesto avviso, sono le più belle composizioni mai scritte.

Ora, dovendo pur iniziare da una parte, ho deciso di partire da una quasi attualità, da un brano di una potenza esplosiva, da ascoltare  “a palla” tanto in casa quanto in auto (coi finestrini chiusi, beninteso) e da riascoltare iterativamente anche… quindici volte di fila per esserne coinvolti in maniera assoluta; un brano particolarmente caro a una mia amica alla quale dedico questa mia prima incursione musicale.

 

 

Chi ha visto il film di Scorsese “The departed” senza mai aver ascoltato prima, fortuitamente, il brano, non può non essere rimasto colpito dalla forza espressa anche dai pochi minuti di ascolto di questo brano corredato da un video girato sul sul lungomare di East Boston che riporta alcune scene del film.

In una intervista Matt Kelly, il batterista dei Dropkick Murphys, racconta: “Ci sono un paio di diverse leggende su come Martin Scorsese abbia messo le mani sulla canzone. Una racconta che Robbie Robertson (uno dei più grandi chitarristi della storia del rock n.d.a.)  il musicista de The Band, gli abbia raccontato di noi, un’altra che fu Leonardo Di Caprio a dire a Scorsese  ‘Ehi, è necessario utilizzare questa canzone!’  La verità è che il brano era già stato registrato in album, (compilation Give ‘Em the Boot: vol. 4 della Hellcat Records. N.d.a) così, purtroppo per noi, non è stato scritto specificamente per il film. ”
Ascoltate con attenzione le prime 24 misure del brano, strumentali: sono fantastiche nel loro crescendo e nel coinvolgimento progressivo dell’intera band.
Le prime otto del brano registrano la presenza del solo basso elettrico sulla prima di ogni quattro; il violino, must della sonorità irlandese, sottolinea il passaggio alle seconde otto in cui il banjo accenna il leit motiv del brano. È a questo punto che la batteria cadenza il tempo che accompagnerà l’intero brano agendo all’unisono su timpano e rullante che doppiano le note del basso e inseriscono, nella prima misura pari, un accento di cassa che restituisce una sorta di battito cardiaco accelerato.

Al banjio si accoppia la fisarmonica che ne doppia il motivo inserendo qua e là una “terza” mentre la chitarra elettrica fa le veci del violino sottolineando con rabbia i passaggi fra le misure.
Solo dopo altre otto misure la batteria utilizza i piatti – due crashes –  a dare colore al ritmo ossessivo instaurato e rimarcato dall’utilizzo del pedale della cassa senza soluzione di continuità.
Al termine di ulteriori otto misure, il tempo diviene più fluido senza perdere energia – tutt’altro –  giocando sulle sonorità dei tre tamburi muti alternati a uno/due colpi sul rullante.
L’effetto è devastante. Non si riesce quasi a star fermi e, con la testa, si intraprende un viaggio che dalle sonorità irlandesi filtrate dalla cultura bostoniana ci riporta dritti al battito tribale.
Dopo 24 misure, appunto, inizia il canto rabbioso del marinaio ferito.
Il testo della canzone descrive un marinaio che aveva perso una gamba salendo la vela di gabbia, e della navigazione fino a Boston per trovare la sua gamba di legno (“find my wooden leg”).

I’m a sailor peg /  And I’ve lost my leg /  Climbing up the top sails /  I lost my leg!

 I’m shipping up to Boston whoa / I’m shipping up to Boston whoa /  I’m shipping up to Boston whoa

 I’m shipping off…to find my wooden leg

Un testo non originale, ma tratto dagli inediti del grande poeta americano Woody Guthrie, scrittore molto prolifico, molte delle cui canzoni non sono mai stati registrate.

È sempre Kelly a ricostruire le circostanze che hanno portato a questo fortunato connubio: “Abbiamo avuto l’onore, concessoci dalla figlia,  di perlustrare i suoi archivi lirici – dopo che lo hanno fatto personaggi come  Springsteen o  Elvis Costello – e scegliere una canzone o due di testi inediti. Al momento non avevamo niente di pronto su cui cucire quelle parole. E il motivo per cui abbiamo utilizzato quello è stato perché in esso c’era la parola Boston’. (I DM sono di Boston e la loro musica è spesso associata a Boston a squadre sportive. N.d.a.)
Si trattava solo di quattro linee di verso, e poi di trasporto fino a Boston, piuttosto.
Abbiamo iniziato a lavorarci su a Madrid, credo nel del 2002,  abbiamo solo fatto una demo di esso che suonava come una band del liceo, non era molto buona. Così ci abbiamo suonato dal vivo qui e là, e abbiamo fatto ri-registrare questo. La canzone era cresciuta un bel po’ dopo la seconda registrazione.  E molte persone che non lo sapevano o aveva la versione registrata, sono rimaste stranite quando hanno sentito il pezzo definitivo.”

I Dropkick Murphys sono un gruppo celtic punk nato a Quincy, nei pressi di Boston nel 1996. Il nome deriva da un centro di riabilitazione del Connecticut. La maggior parte dei loro testi tratta argomenti sociali.
Spesso, per questo, i loro concerti sono seguiti da gruppi di skinhead, sia di destra che di sinistra, ma nonostante ciò il gruppo di Boston non ha mai fatto musica politicamente schierata anzi  hanno dichiarato di non simpatizzare né per il movimento Skin88, né per quello Redskin o comunque per estremismi in genere.
Hanno preso parte alla compilation Rock Against Bush, Vol. 2 schierandosi contro le politiche internazionali del governo di George W. Bush e sono stati in prima linea con l’appoggio alle cause della classe operaia e dei sindacati intessendo un forte legame con il sindacato AFL-CIO.
Il 6 giugno 2012 durante un’esibizione all’Orion di Ciampino, il gruppo è stato costretto ad interrompere la performance a causa di tafferugli durante il concerto da parte di alcuni esponenti del centro sociale di destra Casa Pound nei confronti degli spettatori. La polizia è intervenuta sgombrando il locale con i lacrimogeni e dopo l’arresto dei colpevoli la band ha potuto riprendere lo show.

Nella puntata dei Simpsons “The Debarted”, parodia del film The Departed, compare I’m Shipping Up to Boston  ( https://www.youtube.com/watch?v=ZDKrkmkUHsk  ) ;  una versione acustica serve come sigla per la serie televisiva TNT Rizzoli & Isles (io non l’ho trovata: se ci riuscite, segnalatemela);  nel 2012 il gruppo metal finlandese dei Children of Bodom ha realizzato una cover del brano, includendola nell’album Holiday at Lake Bodom: 15 Years of Wasted Youth (https://www.youtube.com/watch?v=-JPGbFIjBOI ) .

 

Vladimiro Merisi