Archivi categoria: Animazione

A cura di Teresa Sala

E sarai potente come un vulcano attivo

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Ok, riprendiamo le recensioni.
I figli crescono in età, grazia e numero, e i film di animazione per farli stare tranquilli qualche ora davanti al pc, ormai scarseggiano.
Ne han visti così tanti e così tante volte che siamo arrivati ai “due”, e in certi casi anche ai “tre”.
E qui ci sarebbe da sprecar caratteri a iosa, spazi esclusi.
Perchè, perchè… perchè nel novanta per cento dei casi i “due” sono di un livello che nemmeno sfiora i lacci delle scarpe dell’originale, nè in qualità immagini, nè in contenuto. Perchè in genere la trama si basa su “complicazioni” rosa, e perchè, orrore, spesso i bambini li preferiscono al primo.
Ma mi taccio. Mi lego le dita e non mi permetto di parlarne finchè non avrò recensito un universo abbastanza completo di film primi.

E allora andiamo in Cina.
Comico quanto basta per piacermi (ovvero un sacco), coraggioso e pieno di azione, il film di cui parlo è… Mulan.
(Ci siete cascati tutti, vero? Tranquilli, prima o poi ci arrivo a Kung Fu Panda. Uno dei pochi casi in cui il “due” è allo stesso magistrale livello del primo).

Mulan è, come quasi tutti i Disney, un musical. Le canzoni parlano, dipingono, esaltano. Senza non c’è film. Inutile mandare avanti il cursore quando parte un canto: ci si perderebbe tutto. E tutto il bello, perchè, vi assicuro, le canzoni sono fantastiche. Dipingono in modo persino comico (quando serve) la stora di questa ragazza che parte di nascosto al posto del padre malato, per far parte delle nuove reclute chiamate a difendere l’imperatore dall’invasione unna.
Qui vacillano le mie conoscenze di storia. Unni? Ma non erano i Mongoli? O Mongoli e Unni sono assimilabili? Mah. Un dubbio irrisolto.
Insomma, in compagnia di un drago formato tascabile, di un grillo che dovrebbe essere un insetto portafortuna, e del suo cavallo, Mulan entra a far parte (fingendosi maschio) in un assortimento di nuove reclute sfigatissime, che il comandante Shang cerca di addestrare per portare in battaglia con l’esercito.
Il comandante, l’avrete già capito, è un figone paura, pettorali da urlo e atti eroici inclusi.
E quel soldato maldestro chiamato Ping sente subito per lui quel tipico pizzicorino allo stomaco.
Gli Unni avanzano, sconfiggono l’esercito imperiale e presto si trovano a dover fronteggiare solo quel piccolo manipolo di reclute, unico ostacolo per entrare alla città imperiale.
Come copione vuole, proprio quando tutto sembra perduto, il soldato Ping salva la situazione: provoca una valanga, seppellisce l’esercito unno sotto un bel metro di neve e salva il bel fusto da morte certa. Tutto il gruppo lo festeggia vittorioso, ma lui è ferito. Al petto, ovvio.
Nessuna immagine scabrosa, uomini, mi dispiace. Ma la verità sul genere sessuale di Ping viene scoperta. La legge prevederebbe la pena di morte, ma il fustacchione, riconoscente per il salvataggio, gli (anzi, le) risparmia la vita. Il manipolo riparte verso la città imperiale e Mulan viene lasciata sola tra le montagne, con l’onta di essere donna.
Non finisce qui, gente. Il bello deve ancora arrivare. Ma non ve lo racconto.
Trama semplice, che però ha dentro tutta la tradizione cinese, così delicata e spirituale. Ha dentro tutta la volontà di una donna coraggiosa, e tutta la simpatia dei personaggi secondari: la nonna, il drago, i soldati sfigati…
Contiene un mondo intero, che sta tutto lì, in quell’ottantina di minuti. Troppo pochi.
Grande e bella, Mulan! E vi sfido a non far scendere neppure una lacrimuccia.

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Vingardium levioooosa – Harry Potter e la pietra filosofale

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Viene il momento nella vita di una mamma in cui si sente che l’ora è arrivata.
L’ora, per le bambine più grandi, di essere iniziate al favoloso universo di Harry Potter.
E così, un pomeriggio in cui erano presenti solo loro, ho deciso che era il momento di vedere il primo film della serie.

Non che sia un’appassionata dei film di HP, anzi. È stata la premessa a un momento molto più denso: il momento per iniziare, la sera, a leggere ad alta voce il primo libro. Come quando, ero in terza elementare, mia madre mi leggeva “Lo Hobbit” come fiaba della buona notte. Per ora siamo al terzo capitolo, con effetti magici anche per quello che riguarda il sonno dei più piccini.
Con Harry si vola. Con la mente, con la scopa e con quel desiderio di fare di più, di sognare più in grande.
Ma come fa a piacergli uno sport dove c’è una palla sola?” dice Ron perplesso, a proposito del poster della squadra di calcio del compagno di dormitorio (nello sport dei maghi ce ne sono quattro, di palle).
Si sale su, su e ancora su, verso una vita che è piena di magia, di sapore, di avventura per quello in cui fermamente si crede.
Bene, confesso che io la serie completa l’ho letta almeno cinque volte. E ci sono momenti della vita in cui vorrei solo rifugiarmici dentro e rileggerla tutta da capo, intera, un libro via l’altro, per farne ancora indigestione.
Sono migliaia gli aspetti strepitosi di HP. L’amicizia totale da vero e proprio gioco di squadra, il bisogno di spendersi per ciò che è giusto, e l’avere nelle mani la propria vita.
La Rowling ha sempre detto di non avere mai avuto grosse pretese di morale nello scrivere HP. Be’, chissà se le avesse avute, cosa ne sarebbe uscito…

«Vingardium leviooosa», con un grazioso movimento del polso, agitando la bacchetta.

E stiamo già levitando in aria, grazie alla scrittura semplice e sapiente di una grande autrice.
Visto? Se questa non è magia…

Teresa Sala

I believe I can fly – L’era glaciale 2, 3 e 4

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Sono pochi i film i cui seguiti non siano deludenti. L’Era Glaciale, opinione condivisa con tutte le mie amiche mamme, è uno di quelli. Be’, è inutile dire che ce li passiamo in chiavetta, o ci prestiamo gli hard disk esterni, ma il motto è sempre “devi assolutamente vederlo, fa pisciare dal ridere”.
Lo mettiamo ai bambini come film pomeridiano, ma sappiamo benissimo che è una scusa. Il bello, il gusto pieno, è tutto per noi.
L’Era Glaciale 2, il disgelo: il luogo dove vivono i nostri animali (Manny il mammut, Sid il bradipo e Diego la tigre zannuta, insieme a molti altri) si scopre che improvvisamente è in pericolo di inondazione, a causa del disgelo del ghiaccio che fa da immensa diga. Parte un esodo collettivo verso un’ipotetica barca in fondo alla valle, che potrà salvare tutti.
Nel cammino Manny, preoccupato di essere l’ultimo mammut, incontra Ellie, una mammut che si crede opossum, e i suoi due fratelli (opossum, appunto). Riuscirà Manny a convincere Ellie a “salvare la specie”?

Il fatto che nell'”Era Glaciale 3, l’alba dei dinosauri” Ellie sia incinta ci dà già un buon indizio sulla risposta. Qui è Sid a essere il vero protagonista, perchè sotto lo strato di ghiaccio trova tre grosse uova a cui cerca di fare da mamma.

Peccato che arrivi la vera mamma, un grosso t-rex, a riprendersi i piccoli. E si prende anche Sid. Lo strano branco fatto da due mammut, due opossum e una tigre, scendono in quindi in un mondo appena sotterraneo dove i dinosauri vivono ancora, per cercare di salvare Sid, con l’aiuto di un furetto, Buck. Ce la faranno?

Ovvio che non vi do la risposta, ma potrebbe aiutarvi il fatto che nell'”Era Glaciale 4, continenti alla deriva”, Sid sia vivo, vegeto e fastidioso come al solito. Qui Manny è alle prese con una figlia adolescente e innamorata ed è Diego a conoscere finalmente una tigre femmina. Il tutto mentre i continenti vengono separati dagli oceani.

Immancabile e perfetta la solita cornice dello scoiattolino preistorico, personaggio sempre muto ma con una grande mimica corporea, che, con la sua ghianda, è il vero responsabile di inondazioni e catastrofi, derive di continenti ed eruzioni vulcaniche, ma anche di qualche lieto fine.

Questa è Berk – Dragon trainer

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«Questa è Berk. È 12 giorni a nord di disperazione e pochi gradi a sud di morire di freddo. Si trova esattamente sul meridiano della miseria. Il mio villaggio, in una parola: solido, ed è qui da 7 generazioni, ma ogni singola costruzione è nuova. Abbiamo la pesca, la caccia e un incantevole vista del tramonto, l’unico problema sono le infestazioni: in molti posti hanno topi, zanzare, noi abbiamo… i draghi!» Quando i bambini litigano perchè non riescono a mettersi d’accordo su che film vedere, interviene la loro mamma, autorevole, equilibrata e ferma. E dirime la lite con la ormai celeberrima frasetta: «Decido io». Immediata la protesta: «Nooo mamma! Tu ci metti sempre Dragon Trainer…». E certo: un meraviglioso film d’animazione e d’azione per cui, purtroppo, i miei bambini non hanno ancora raggiunto “l’età”. Io sì, però. Ambientato in un’isola Vikinga (Berk) nel freddo mare del Nord, Dragon Trainer è la straordinaria storia di un ragazzino (Hiccup) un po’ sfigato, piccolo e debole, tra l’altro figlio del capo, che non riesce a essere all’altezza delle aspettative del suo popolo e di suo padre. Ovvio, l’isola in questione è infestata dai draghi. Tutta la vita del villaggio si basa sulla lotta contro queste bestie, ma lui non è capace di combatterle. Eppure è acuto, intelligente e ironico. Riesce con un’arma di sua invenzione e una buona dose di fortuna a catturare un esemplare del più tremendo dei draghi: una Furia Buia. Ma non riesce ad avere il coraggio di ucciderlo. Eppure di coraggio ne ha da vendere, perchè ingaggia un percorso di conoscenza e di reciprocità con questa Furia Buia (Sdentato) che lo porteranno praticamente ad addomesticarlo. Sdentato, a causa della cattura, è ferito alla coda, cosa che non gli permette più di volare. Hiccup riesce a ricostruire il pezzo mancante e a comandarlo cavalcandolo. Sdentato con Hiccup sul dorso può di nuovo volare. Nel corso di addestramento antidrago a cui ogni ragazzo del villaggio partecipa, Hiccup si ritrova a essere il migliore del gruppo (bellissime e ben caricaturizzate le figure degli altri ragazzini), perchè capisce come trattare i draghi, che trucchi usare per farli addormentare e come farli indietreggiare con il semplice odore dell’anguilla affumicata. Il patatrack avviene quando si guadagna, come migliore del corso, il diritto-dovere di esibirsi pubblicamente nell’uccisione di un drago. Il villaggio non è d’accordo sui suoi metodi “buoni” e ne viene fuori un finimondo. Non vi svelo come va a finire, ma garantisco che è un film che fa venir voglia di volare, in tutti i sensi. E non solo nello spettacolare cielo di Berk, dentro e fuori dalle aurore boreali… Di casa Dream Works, ha una splendida colonna sonora da brivido, ma nessuna canzone da musical (come la maggior parte dell’animazione Disney). E, come è proprio di casa Dreamworks, è adatto a un target di bambini già intorno ai dieci anni. Resta un film per ragazzi senza pretese: non ha tutta quell’ironia e intelligenza sottile che caratterizza l’Era Glaciale, o Shrek, o Madagascar, tuttavia affascina facilmente anche gli adulti. Beh, magari non tutti. Me sì, di sicuro. Un amore a prima visione! «Questa è Berk. Nevica per nove mesi all’anno e per gli altri tre grandina. Le cose da mangiare che crescono qui sono dure e insapori, le persone che crescono qui lo sono ancora di più. L’unica nota positiva sono gli animali da compagnia: in molti posti hanno pony e pappagallini, noi abbiamo… i draghi!»  

 

Teresa Sala

D’ora in poi troverò la mia vera identità – Frozen

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“Dumbo”, 1940 e “Gli Aristogatti”, 1970. Direi che è ora di passare a qualcosa di più attuale.

Frozen, 2013, è l’ultimo oscar “Miglior film d’animazione”. L’attuale detentore del titolo, insomma.
Confesso, non l’ho visto al cinema (come nessuno dei film di cui parlo, del resto), per cui mi è stato precluso l’effetto “grande schermo”. Sarà per questo o sarà per altro, sarà che forse gli avversari erano indegni, ma io non ci ho visto quella grande specialità che ha consacrato questo film addirittura campione di incassi.
Un Disney classico, in cui si ritrovano le voci, il disegno, il carattere dei personaggi degli altri Disney. Un po’ come quei cantautori tacciati di far canzoni tutte uguali: vero o falso che sia, lo stile è davvero sempre lo stesso.
Con Frozen sembra di rivedere Rapunzel. La renna Sven e il cavallo Maximus sono fratelli gemelli. Il volto di Hans e quello di Flynn sono quasi identici, se non che Hans alla fine si svela essere il cattivo (ops, scuuuusa! Vi ho rovinato il finale…). Rapunzel e Anna davvero simili in movenze, voci e taglio degli occhi.

Dunque all’apparenza un film da bambine, con tutti i crismi della fiaba che si rispetti: le principesse, il castello, il principe innamorato. E quelli per uscire nelle sale a Natale: il freddo, la neve, il lieto fine dato dal gesto di vero amore (che, strano a dirsi, si rivela non essere un bacio).
Confesso che ci ho messo un po’ a inquadrarlo. Tra un passaggio dalla cucina alla dispensa, una capatina fuori e una a consolare i maschietti che litigavano (a loro, di questo film, non potrebbe fregar di meno), in dieci/dodici visioni sono riuscita, beh, se non altro a vederlo tutto e poi, cosa più importante, a capirne la peculiarità. Ovvero, a mio avviso, la seducente, controversa e splendida figura di Elsa.
Elsa che ha un dono, un talento, una magia nelle mani che è incapace di controllare. E che quindi reprime. Elsa che per amore della sorella la tiene nascosta, paurosa di farle del male per sbaglio come era successo da bambine. Ma che poi capisce di non poter più reprimere, e allora si allontana da tutti per lasciare libero sfogo al suo essere. Troppo semplice però: anche qui, non può fare a meno di fare i conti con le interazioni con gli altri, seppur lontani. Il rimanere sola non è la soluzione, deve tornare. Con l’aiuto della sorella Anna, ingenua, buona e caparbia (è lei la vera protagonista della storia, del resto) riuscirà a imparare a controllarsi senza reprimersi.
Ecco. Questa parte è magistrale.
Il resto è poco diverso dalle restanti principesse, credetemi.
E quindi, a parte gli effetti collaterali per cui adesso le mie bambine si rivolgono vicendevolmente frasi teatrali tipo: “Irene, non escludermi dalla tua vita!”, oscar al miglior film d’animazione (solo per quest’anno, però).

Intanto guardatevi la canzone di Elsa, oscar anche a quella (“Miglior canzone”). (Davvero, ma non c’erano altri partecipanti? Tra l’altro nei titoli di coda c’è la versione pop, che sembra la sigla di un cartone animato giapponese…).
Battute a parte, è il nocciolo del film.

 

Teresa Sala

Tutti quanti voglion fare jazz – Gli Aristogatti

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“I ristogatti”, dicono i miei bambini più piccoli. E ci sta, per loro che hanno metà sangue veneto: potrebbe tranquillamente essere l’insegna di un ristorante del centro storico di Vicenza.

Abbastanza vecchio da poter portare solo la firma Disney (la conocorrenza sull’animazione è arrivata dopo, mi sa), è un ponte intergenerazionale. Non c’è trent…enne che non se lo ricordi, che se esce l’argomento non si metta a canticchiare “io so’ Romeo, er mejo der colosseo“.

Trama: Duchessa e i tre cuccioli sono i gatti di Madama Adelaide, una ricca e anziana signora parigina. Conducano una vita paradossalmente aristocratica, tra lezioni di piano, canto e pittura. Amici di tutti gli animali della casa, compreso un topolino (Groviera) e un cavallo, vengono accuditi da Edgard, il maggiordomo. Un giorno Madama Adelaide vuole redigere testamento e chiama l’avvocato George. Edgard sente tramite l’interfono dalla sua stanza che Madama ha intenzione di lasciare tutto ai gatti, e, solo alla loro morte, l’intera proprietà passerà a lui. Decide quindi di far fuori i gatti: prepara una crema con una potente dose di sonnifero e li porta in campagna con la sua motocicletta.
I gatti si risvegliano sotto un ponte nel mezzo di un fortissimo temporale, senza capire cosa sia successo. Duchessa, risoluta, sa che devono fare di tutto per tornare da Madama Adelaide che immagina essere in pensiero per loro. A temporale finito incontrano Romeo, gatto randagio e spirito decisamente libero, che si offre di accompagnarli a Parigi “a bordo del suo tappeto maggico” (il telone di un furgone). Il viaggio è spassosissimo, tra incontri straordinari e la banda musicale di Scatcat. Ovvio, Duchessa e Romeo si innamorano, ma lui non è disposto a vivere sotto padrone e Duchessa non ha cuore per non tornare da Madama. Si salutano ai cancelli di casa e si separano.
Ma Edgard, vedendoli tornare, li intrappola di nuovo, e solo l’intervento del topolino Groviera che avvisa Romeo e Scatcat e la banda dei gatti randagi, riesce a risolvere la situazione. Alla fine Madama Adelaide accoglie Romeo e fonda la casa di riposo per tutti i gatti randagi di Parigi. E, dimenticavo ma si era capito, Romeo e Duchessa convolano a convivenza fissa.

Trovo che questo film sia forse il primo che caratterizzi ogni personaggio in modo così dettagliato da farlo balzar fuori dallo schermo. E non solo i protagonisti.
Ne sono testimone diretta, questo diverte tantissimo i bambini. Mario (poco più di tre anni, un vero talento da attore comico) lo ritrovo spesso a fingere di ballare come George, l’avvocato anziano mezzo matto che Madama Adelaide chiama per redigere testamento. E intanto canticchia pure “pararapumpete, pararapumpete“! Una volta che si stava esibendo in questo show mentre usciva dalla scuola materna, un pubblico di bambine gli ha urlato entusiasta: “La so anch’io questa canzone: sono i Ristogatti!”
A tavola per mangiare la minestra, tutti insieme fingono che sia “crema di crema alla Edgard”.
Ma l’apice dell’ilarità non è Romeo, che parla in romanesco, o Duchessa, che tenta di far crescere i suoi cuccioli in modo aristocratico. Nemmeno Scat cat e la sua band che suona un jazz indimenticabile, che ogni bambino balla.
E neanche, per quanto geniali siano, Napoleone e La Fajette, cani randagi che hanno la loro parte nell’ostacolare Edgard.
No, il top dei top sono le ooooche: Adelina e Guendalina blabla.
Oscar per le migliori attrici non protagoniste e applausi scroscianti al loro inventore.

 

Teresa Sala

Dumbo – Il cult senza tempo

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Una rubrica sui film d’animazione… già.
Del resto è l’unica che sarei in grado di tenere.
Mentre tutto il resto dell’arte non ha tempo per me, il cinema non è un mio amante e la musica non sta al passo con i miei ritmi, eccomi giorno dopo giorno diventare una conoscitrice sempre più esperta di film d’animazione.

A dire il vero sono esperta anche di offerte all’Esselunga, e di cucina per famiglie numerose, e di ottimizzazione della lavatrici. Potrei aprire una campagna promozionale siglata INS (Io Non Stiro), oppure curare un blog sul risparmio energetico (certo, dell’energia delle mamme, inteso).
Ma siccome su Scrittori per Sempre c’è spazio per tutti ma non proprio per tutto, il nostro amato presidente mi ha chiesto di limitarmi a recensire i film d’animazione.
(Per il resto degli argomenti sarei ben felice di darvi consigli, ma contattatemi in privato).

Il primo film di cui sono davvero felice di parlare è Dumbo.

No, non perchè sia storico, perchè sia un cult, o perchè non c’è bambino che non sappia chi sia. No.
Perchè Dumbo è corto e semplice. E questo lo rende il film ideale per i piccolissimi. Un bimbo di due anni di età non sta a guardare un film. Troppa concentrazione, troppa trama. Inutile metterlo davanti a La sirenetta, o Alladin, per non parlare degli altri.
Dumbo (breve trailer, anche se so che la trama la conoscete già tutti) è la storia di un elefantino che viene portato dalla cicogna alla mamma, che appartiene al circo Casimiro. L’elefantino però ha delle orecchie enormi. A causa di questo manda all’aria lo spettacolo degli elefanti, e allora viene relegato al ruolo di clown. Il pubblico deride Dumbo, la madre si imbizzarrisce e da allora viene tenuta in catene. Unico amico di Dumbo è un topolino (Timoteo), che lo sostiene e lo incoraggia soprattutto quendo il resto delle elefantesse lo disconosce come elefante. Il ruolo di clown è mortificante e gli manca la mamma. Una sera in cui è particolarmente triste si abbevera da un secchio in cui è caduta una bottiglia e si ubriaca. Qui nel film c’è una lunga sequenza di immagini caleidoscopiche, che rende l’idea del sogno. Dumbo e il topo si risvegliano su un albero. Timoteo quindi capisce che Dumbo, se vuole, può volare, e aiutato da un gruppo di corvi aiuta Dumbo a riprovarci.
Tornano al circo dove Dumbo dimostra a tutti di saper volare, riscatta se stasso e la madre e diventa una star.

Dumbo, e lo dico per esperienza, è il primo film che un bambino regge. E che capisce. Fin dai due anni di età. E lo guarda, e lo riguarda il giorno dopo, e il giorno dopo ancora per settimane e anche mesi, e ride quando alla cicogna sprofonda il fagotto dentro alla nuvola, e osserva curioso e un po’ addolorato le comari elefantesse che lo scherniscono, e viene rapito dal trip che si fa Dumbo in sogno ubriaco.
Imparerà le canzoni, ripeterà le battute, e mentre voi siete lì a pensare “Ma quant’è vecchio questo film!? Ma guarda che disegni imprecisi!” lui non se ne accorgerà nemmeno, anzi, lo eleggerà suo cartone preferito. Altro che vintage.

Perchè coi bimbi, come dicono i corvi, “ci vuole pissico. Pissicologia.”

 

Teresa Sala

Nata nel ’78, a dodici anni ha iniziato ad ascoltare Guccini, a sedici era certa che avrebbe cambiato il mondo, a ventidue partì per la missione, a ventitré andò a vivere in comunità e iniziò a fare l’assistente sociale.
A ventisei costrinse il fidanzato a sposarla. A ventisette partorì il primo figlio, a trentaquattro il quinto e a trentasei… vedremo.
Non cambierà il mondo, forse.