Archivio mensile:giugno 2014

La badinerie

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Badinerie  dalla Suite Orchestrale no. 2 in si minore, BWV 1067 di J. S. Bach

 

Certamente non assurgerà mai a disciplina olimpionica, ma il “salto di palo in frasca” è un’attività che mi consentirà di parlare di quello che mi piace, quando mi piace. Stavolta tocca  alla Badinerie. Il termine “Badinerie” (‘scherzi’ o “puerilità”, da badiner, ‘per scherzo’ o “puerilità”) è una breve danza vivace inclusa come movimento nella suite barocca.   Il termine musica barocca indica una categorizzazione della musica composta nel XVII secolo e nella prima metà del XVIII secolo, che la fa corrispondere alla diffusione del barocco nell’arte post-michelangiolesca, che ne rimarca gli aspetti di decadenza rispetto al Rinascimento; in seguito, Heinrich Wölfflin in Rinascimento e Barocco (1888) riprese il termine in senso positivo e propose anche di allargare il suo uso alla letteratura ed alla musica. Fu il musicologo Curt Sachs nel 1919 a riprendere le tesi di Wölfflin sull’arte barocca ed applicandole in maniera sistematica alla musica: egli vedeva in alcune caratteristiche specifiche dello stile musicale (per esempio, l’uso dell’ornamentazione e della variazione della melodia, oppure la scrittura monodica con basso continuo detto anche ostinato) la trasposizione delle novità stilistiche della pittura.

Questo genere si sviluppa a fianco di composizioni che ancora rientrano completamente nell’orizzonte stilistico tardo-rinascimentale – a volte i due stili coesistono nell’ambito della produzione dello stesso compositore – pertanto non è possibile stabilire una data precisa di inizio del periodo barocco in musica così come, con analoghe considerazioni, non si può stabilire una data per la sua conclusione. Il concetto di musica barocca è controverso: molti musicologi sostengono che sia illogico unire sotto un’unica etichetta un secolo e mezzo di produzione ed evoluzione musicale che ha fatto della varietà e della differenza il proprio programma estetico. Così come le altre forme d’arte del periodo, la musica barocca era votata al desiderio di stupire e divertire l’ascoltatore: cambi repentini di tempo, passaggi di grande virtuosismo strumentale o vocale e l’uso del contrappunto e della fuga, sono gli elementi che più caratterizzano la produzione musicale di questo periodo, insieme ad uno sviluppato senso dell’improvvisazione.
Il Barocco si esplica soprattutto in tre forme: Il concerto grosso, una sorta di espansione della forma della sonata a tre, nei due generi da chiesa e da camera, messo a punto a Roma, verso gli anni ’80 del Seicento; Il concerto solista: che individua in Antonio Vivaldi l’inventore di una forma musicale che prevede uno o più strumenti solisti ai quali è assegnata una partitura obbligata o una sezione (comunemente chiamata sequenza), dedicata all’improvvisazione dell’esecutore. La suite: le cui origini affondano nella pratica antichissima di accompagnare e sostenere la danza con un numero più o meno elevato di voci o di strumenti.
Solo molto più tardi la suite diventa un “seguito” di danze puramente immaginarie e viene ridotta a quattro danze “di base” (allemanda, corrente, sarabanda e giga). Sarà questo il modello di base seguito da J.S.Bach per alcune delle sue suite. Interessante notare come fra la sarabanda e la giga si possono ritrovare danze come la gavotta, siciliana, bourrée, loure, minuetto, musetta, doppia e polacca, mentre dopo la giga le danze ordinariamente sono la passacaglia e la ciaccona.   Ascoltiamo la Badinerie di Bach – settimo e ultimo movimento della Suite Orchestrale no. 2 in si minore, BWV 1067, per flauto ed archi –  in questa interpretazione del Croatian Music institute 21-11-2010. Quello composto da Johann Sebastian Bach intorno al 1730 è il brano che più di ogni altro ha contribuito a plasmare la struttura della Badinerie, musica gioiosa che ricorda molto una gavotta ma più veloce.   I musicisti sono: Art. leadership – Violin – Laura Vadjon; Baroque flute – Ana Benić; Harpsichord – Pavao Mašić; Violin – Tanja Tortić; Viola – Vlatka Peljhan;Cello Nika Zlatarić; Double Bass – Helena Babić. Il movimento è veloce e fresco. Come la maggior parte delle danze barocche è stato scritto utilizzando un formato binario (cioè si compone di due parti A, B. Di solito eseguita come AABB) e viene interpretato con un flauto accompagnato da due violini, una viola e un basso continuo, ed è in qualche modo uno show per flautisti solisti per dimostrare il loro talento grazie al suo ritmo veloce e difficoltà.

  Fra le decine di interpretazioni reperibili ho scelto questo pezzo eccellente, affascinante per l’ ‘intimità che restituisce la performance della piccola Baroque Ensemble croata. Assolutamente da gustare la presenza del clavicembalo che sarebbe ancora più godibile se fosse un poco più forte. A mio avviso siamo di fronte a una  interpretazione squisitamente fresca con una sorprendente qualità del suono nella quale spicca la solista al flauto. Provate ad ascoltare e guardare contemporaneamente Ana Benić: è incredibile, davvero incredibile il controllo del respiro.   Per finire e consentire comparazioni individuali, di seguito, proponiamo anche un fantastico arrangiamento per clavicembalo e violino suonato da Janine Jansen. Poiché spesso il primo link (il migliore per qualità del suono) viene interdetto, a esso abbiamo accopiiato anche quello più facilmente reperibile, ma vi assicuro che il primo è davvero un altro pianeta!

 

 Vladimiro Merisi

Alla prossima.

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D’ora in poi troverò la mia vera identità – Frozen

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“Dumbo”, 1940 e “Gli Aristogatti”, 1970. Direi che è ora di passare a qualcosa di più attuale.

Frozen, 2013, è l’ultimo oscar “Miglior film d’animazione”. L’attuale detentore del titolo, insomma.
Confesso, non l’ho visto al cinema (come nessuno dei film di cui parlo, del resto), per cui mi è stato precluso l’effetto “grande schermo”. Sarà per questo o sarà per altro, sarà che forse gli avversari erano indegni, ma io non ci ho visto quella grande specialità che ha consacrato questo film addirittura campione di incassi.
Un Disney classico, in cui si ritrovano le voci, il disegno, il carattere dei personaggi degli altri Disney. Un po’ come quei cantautori tacciati di far canzoni tutte uguali: vero o falso che sia, lo stile è davvero sempre lo stesso.
Con Frozen sembra di rivedere Rapunzel. La renna Sven e il cavallo Maximus sono fratelli gemelli. Il volto di Hans e quello di Flynn sono quasi identici, se non che Hans alla fine si svela essere il cattivo (ops, scuuuusa! Vi ho rovinato il finale…). Rapunzel e Anna davvero simili in movenze, voci e taglio degli occhi.

Dunque all’apparenza un film da bambine, con tutti i crismi della fiaba che si rispetti: le principesse, il castello, il principe innamorato. E quelli per uscire nelle sale a Natale: il freddo, la neve, il lieto fine dato dal gesto di vero amore (che, strano a dirsi, si rivela non essere un bacio).
Confesso che ci ho messo un po’ a inquadrarlo. Tra un passaggio dalla cucina alla dispensa, una capatina fuori e una a consolare i maschietti che litigavano (a loro, di questo film, non potrebbe fregar di meno), in dieci/dodici visioni sono riuscita, beh, se non altro a vederlo tutto e poi, cosa più importante, a capirne la peculiarità. Ovvero, a mio avviso, la seducente, controversa e splendida figura di Elsa.
Elsa che ha un dono, un talento, una magia nelle mani che è incapace di controllare. E che quindi reprime. Elsa che per amore della sorella la tiene nascosta, paurosa di farle del male per sbaglio come era successo da bambine. Ma che poi capisce di non poter più reprimere, e allora si allontana da tutti per lasciare libero sfogo al suo essere. Troppo semplice però: anche qui, non può fare a meno di fare i conti con le interazioni con gli altri, seppur lontani. Il rimanere sola non è la soluzione, deve tornare. Con l’aiuto della sorella Anna, ingenua, buona e caparbia (è lei la vera protagonista della storia, del resto) riuscirà a imparare a controllarsi senza reprimersi.
Ecco. Questa parte è magistrale.
Il resto è poco diverso dalle restanti principesse, credetemi.
E quindi, a parte gli effetti collaterali per cui adesso le mie bambine si rivolgono vicendevolmente frasi teatrali tipo: “Irene, non escludermi dalla tua vita!”, oscar al miglior film d’animazione (solo per quest’anno, però).

Intanto guardatevi la canzone di Elsa, oscar anche a quella (“Miglior canzone”). (Davvero, ma non c’erano altri partecipanti? Tra l’altro nei titoli di coda c’è la versione pop, che sembra la sigla di un cartone animato giapponese…).
Battute a parte, è il nocciolo del film.

 

Teresa Sala

Thirty Seconds To Mars – Live concert

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LOVE LUST FAITH + DREAMS

LOVE – 08:30 – Nella piazzetta dove avremmo dovuto tutti aspettare il pullman c’era quel misto di timidezza e agitazione. Ci si scambiava occhiate furtive tra chi si sospettava fosse lì per andare al concerto. Qualche indizio? Stessa età, stessi gadget, maglia della stessa band eccetera eccetera. Ma è sul pullman che ormai, consci di essere tutti lì per una sola ragione, si fa amicizia come il primo giorno di scuola. Si fa amicizia consapevoli di star per condividere un’esperienza indimenticabile.
This Is War e Love Lust Faith + Dreams (rispettivamente il terzo e il quarto album dei Thirty Seconds To Mars) girano senza sosta per tutto il tragitto nel lettore CD, quasi non ne abbiamo più voglia ormai… LORO STANNO ARRIVANDO. Mars is coming!

LUST – 15.30 – Resti tra noi, lo Staff si incazzerebbe come una bestia se sapesse che abbiamo scavalcato un paio di transenne. Semplicemente non ce la facevamo a postarci calmi calmi alla fine del serpentone che era quella fila scomposta e disorganizzata sotto il sole cocente del primo pomeriggio.
Mi guardo intorno, abbiamo tutti le stesse facce, le stesse espressioni. Proveniamo da luoghi diversi, abbiamo anche un ventaglio di età particolarmente ampio che non mi aspettavo, vestiamo simili e contemporaneamente diversi. Ma in realtà siamo tutti accomunati da una stessa attesa. Qualcuno sviene piegato su se stesso come il gambo di un fiore di campo appena spezzato, o una pianta che non soffre il calore messa sotto una finestra a pieno sole. Mi siedo sull’asfalto duro e cocente, le altezze degli altri mi fanno più ombra di quanta qualche ombrello utilizzato a scrocco non me ne facevano. La ragazza seduta di fronte a me mi sorride, quasi a volermi dire “abbiamo fatto la scelta migliore”. Si chiama Paola ed è la sua seconda volta che li vede. La prima volta aveva tredici anni, ora ne ha sedici. Questo mi fa rivalutare il senso delle parole “Sei troppo piccola per…

FAITH – 18.30 – La fila scorre lentamente, appiccicosamente, disordinatamente. Hanno aperto le porte.
Tralasciamo il fatto che l’addetto al controllo borse abbia rotto la mia tracolla, tralasciamo il fatto che la mia figura barbina del non saper da che parte inserire il biglietto nella macchinetta deve aver fatto sicuramente ridere qualcuno, siamo dentro. Sono dentro all’Ippodromo delle Capannelle.
La distanza che separa i cancelli dal palco sembra infinita, fan scatenati sfrecciano accanto a noi cercando di accaparrarsi i posti migliori. Io no, io cammino. Io non ho fiato, né tanta speranza sinceramente. Qualcuno dello staff si complimenta. Sembra che io sia l’unica persona normale in quella gabbia di matti a detta sua.
E invece ci arrivo eccome! Certo non sarò sotto sotto il palco ma la mia visuale è più che ottima, molto vicina. La bianchissima triade campeggia al centro del palco, aspetta solo di essere colorata. I tecnici del suono si affaccendano per le ultime mansioni, per rivedere i dettagli. Con lo sgomento e la delusione di molti la batteria non è stata montata, Shannon non c’è. Sta male. È rimasto a casa. I ragazzi coi biglietti VIP salgono sul palco tra un misto di acclamazione e insulti, hanno pagato dai 300 ai 700 euro per stare lì. Hanno assistito al soundcheck, hanno avuto gadget, stanno per incontrare la band e farsi una foto con loro. Il mio “misero” biglietto da 40 euro sembra niente a confronto. Ma almeno sono lì, li vedrò. Tomo che fa capolino provoca un’esaltazione generale.
Apre il concerto Dj Armandino, con un nome così il set sarà di certo un programma. Musica rock e pop mixata su una base house da discoteca, sarà pure una combinazione esplosiva ma non mi prende. Io aspetto loro…

DREAMS – 21:50 – Le luci si spengono, la triade si illumina, le prime note di Birth risuonano inconfondibili. Jared e Tomo sono salito sul palco con appena 5 minuti di ritardo e hanno aperto il concerto. Sotto al palco tutti eravamo quando Jared è entrato con i suoi lunghi capelli al vento e vestito praticamente come Gesù (è il solito paragone che riappare, nonostante in una delle canzoni del set Search & Destroy canti “I’m no Jesus and neither are you my friend): luci argentee accecanti, tunica pantaloni e canottiera bianca, barba folta, chioma sulle spalle e corona in testa. Occhiali da sole sempre sul naso (che si è tolto dopo qualche canzone perché voleva “guardare negli occhi tutti! ”), bandiera con la triade, energia da vendere e voce inconfondibile.

Night Of The Hunter è probabilmente il cavallo di battaglia live. Canto a squarciagola l’intero set, le mani in alto a mostrargli la mia presenza, a cercare di far foto, a farmi spazio tra la folla che mi soffoca.
Al rock “violento” di This Is War si è contrapposta la dolcezza di City Of Angels dedicata al fratello – batterista, a casa malato. La novità di Do Or Die ha anche lasciato spazio agli evergreen in versione acustica di The Kill e From Yesterday. I colori delle armonie di Conquistador sono accompagnati dal lancio di decine di palloncini enormi sulla folla in delirio. Ricordano molto la copertina dell’ultimo album.
Jared salta, balla, gira in cerchio, si relaziona col pubblico, tenta di biascicare qualche parola in italiano provocando ilarità generali. Riesce a premiare i presenti col miglior regalo di sempre, renderci protagonisti dello show. “Il pubblico italiano è quello che canta meglio e siete i più folli di tutti”, grida che si sente a casa qui. Tomo suona contemporaneamente chitarra, synth, tastiera, un tamburo e tiene su il suo cappellino per tutta la serata come se non sentisse il caldo.
Tutto si conclude col potente singolo Up In The Air confetti colorati di carta riempiono il cielo come se fossero stelle, Jared saluta un aereo che sta partendo verso qualche ignota destinazione. Si stanno perdendo un grande show qui, dice.
Sulla via dell’uscita ripenso a tutta l’intersa giornata, le immagini mi passano davanti come in un film. Un conto è stato guardare foto, video, interviste, ascoltare canzoni tutti questi anni. Loro sono reali, fatti di carne ossa e voce. Io li ho visti, li ho incontrati, li ho sentiti. Non ho mai creduto a questa voce e invece ora devo cambiare idea, le versioni live dei brani sono davvero migliori! C’è quel misto di surrealismo ed emozione che le condisce. Il sudore, la stanchezza.. È davvero finita? Sguardi mesti e bassi, in pochi parlano. Mi aggrappo ad una rete, lontano tra le roulotte e l’attrezzatura che oscurano la vista c’è una luce. Una sagoma, inconfondibile. JARED urlo con quel poco fiato che mi rimane in gola. Lui si volta un attimo, i capelli riempiono tutto lo spazio. Torna a parlare con altra gente dietro le quinte.
Mi ha vista penso… e varco la soglia dell’uscita.

     

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Erika Marzano

Butcher’s Crossing – John Williams

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“Bastava solo uno sguardo, o quasi, per contemplare tutta Butcher’s Crossing. Un gruppo di sei baracche di legno era tagliato in due da una stradina sterrata e poco oltre, su entrambi i lati, c’erano alcune tende sparse.”

Kansas, 1873.

Stanco delle strade eleganti e trafficate di una Boston in piena espansione Will Andrews, approda nel selvaggio West di un’America in fase di cambiamento – con la Central Pacific e la Union Pacific Railroad che iniziavano a collegare punti un tempo ignoti – ma ancora visceralmente prigioniera degli archetipi che costituiscono la cultura americana. La cruenta e pericolosa caccia ai bisonti, la fuga dagli stampede, la convivenza con uomini che pisciavano sulla pelle per farla ammorbidire (con quella delle donne viene meglio – nda.), l’amore di una qualsiasi Francine che in quell’ambiente sembrava una macchia di colore nella neve degli inverni gelidi.

Quello che Will trova è molto diverso da ciò che si aspettava. Nella caccia, nei massacri spesso ingiustificati dei bisonti, nella lotta costante fra uomini resi duri dall’esperienza e dalla consapevolezza di non essere mai riusciti a ottenere il riscatto per cui lottavano, avviene la fusione tra l’uomo e la natura, che diventa una riflessione su questo rapporto dato troppo per scontato.

Williams dipinge questa simbiosi con abili pennellate di parole, mischiando abilmente azione e descrizioni, raccontando la rivoluzione di un uomo e di tanti uomini sullo sfondo di scenari mistici che si inseguono fra le stagioni. Dopo Stoner, ecco la conferma di autore ai cui scritti è stata resa giustizia troppo tardi. Butcher’s Crossing è datato 1960, ma viene stampato in Italia nel 2013. Il precedente Stoner viene stampato nel 2012 ma è scritto nel 1965.
Capolavori dimenticati per decenni, ma a quanto pare di Butcher’s Crossing sono stati acquistati i diritti cinematografici. Poco male, potrebbe venirne fuori un film niente male.

Butcher’s Crossing è un libro da leggere, per voi, mentre io vado a cercare Stoner che ancora non ho letto.

 

Ruben Viola

Duro e implacabile, eppure sobrio nei toni, questo romanzo ha aperto la strada a Cormae McCarthy. È stato il primo e miglior romanzo revisionista del West.
– The New York Times –

9780099589679

Perché quando accadrà non avrò le parole

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L'insostenibile Leggerezza dello Scrivere

Non resusciti e non muori.
Hai deciso di restare, mentre ti stringo tra gli occhi e chiedo solo qualcosa in più.
È giusto, questo mi sono ripetuta sempre.
Se ne devono andare prima loro, prima i genitori. Deve morire prima chi ha vissuto più a lungo.
Pensavo ai genitori degli altri, ecco tutto. Non ai miei. Non a te.
Ti sollevo la testa, ti faccio bere un sorso breve d’acqua.
Non piangerò. Non adesso.
La mia sofferenza ti farebbe male più del dolore che ti porta via.
«Hai mangiato?» riesci a sorridere, anche con gli occhi.
«Sì, mammina, tranquilla. Ho mangiato, ho fumato una sigaretta, fatto pipì. Non preoccuparti.»
«Sei stanca, amore. Perché non vai a casa a riposarti un po’?» non l’ho mai fatto, lo sai. Dalle tue prime operazioni, non sono mai andata a casa a riposare.
Penso che quello che ho a casa lo troverò domani, ma…

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Over the rainbow

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Questa settimana ci inoltriamo nel territorio impervio delle cover, brani famosi cantati (o semplicemente suonati) da artisti diversi da quello originale.
Le cover sono, sostanzialmente, di due tipi, quelle che ricercano l’assoluta fedeltà all’originale (basti pensare alle decine di tribute band più o meno ufficiali di questo o quel gruppo) e quelle che se ne distaccano, anche marcatamente e deliberatamente.
In questo caso credo sia più corretto parlare di “interpretazioni” (non di rado migliori dell’originale) piuttosto che di cover belle e buone.
Fatto questo preambolo, veniamo a parlare del brano che vi propongo questa settimana.
Mi rendo conto solo ora che per la seconda volta in due settimane attingo alla colonna sonora di un film: Il mago di Oz del 1939. Nella versione originale il brano è cantato da Judy Garland attrice, cantante e ballerina statunitense nonché madre di Liza Minnelli.
Sì, stiamo parlando di (somewhere) Over the raimbow, premiata nel 1981 con il Grammy Hall of Fame Award, eletta  dai discografici statunitensi miglior canzone del XX secolo e divenuta nel tempo  uno dei più grandi inni del movimento di liberazione omosessuale.

 

 

Carica di onorificenze, la canzone è stata ripresa da un numero industriale di altri cantanti fra i quali citiamo solo — facendo torto a decine di altri artisti di rilevanza mondiale — Ella Fitzgerald, i Deep Purple (http://www.youtube.com/watch?v=ouGEcIUVc-I ), Aretha Franklin,  Ray Charles, Rufus Wainwright, e la nostra Malika Ayane  ( http://www.youtube.com/watch?v=CgPBy23WbXE&feature=kp ).
Ma la versione che vi proponiamo ha in sé qualcosa di speciale: ascoltatela prima di proseguire oltre.

 

 

Il brano è cantato da Israel Kamakawiwo’ole (IZ per gli hawaiani) che si accompagna con l’ukulele.
Il video che vi proponiamo (100 milioni di visualizzazioni ) è relativo proprio alla cerimonia di dispersione delle sue ceneri nell’Oceano.
IZ, deceduto nel ’97 a 38 anni per una patologica forma di obesità, è quel gigante dalla voce angelica che compare in svariate inquadrature.
La sua interpretazione, affatto particolare, è stata sfruttatissima ai fini commerciali: incluso nelle colonne sonore di diversi film (Scoprendo Forrester, Vi presento Joe Black, 50 volte il primo bacio, Ritorno a Kavai)  in una puntata della serie tv ER, in una puntata di Scrubs, in una di Life on Mars, in una di Cold Case,  come sigla di Cose dell’altro Geo e come jingle di spot pubblicitari.

Ascoltare in maniera comparata questa versione con quelle di Dee della canzone come la Fitzgerald, la Franklin, la Streisand, la Vaugham, di straordinari crooners come Sinatra o Ray Charles, di interpreti sensibili come Wainwraight (che l’ha cantata con la Garland) – indipendentemente dall’impianto musicale adottato – fa comprendere di primo impatto, senza necessità di addentrarsi in pallosi dettagli tecnici, la forza racchiusa nella scarna esibizione di IZ.

Non c’è orchestra o voce divina che regga il confronto con la miscela creata da quelle quattro corde strimpellate e dalla voce profonda di questo gigante (mi ripeto, lo so, ma come lo volete definire uno che pesa 340 kg per 188 cm) che amava i bambini al di sopra di qualsiasi altra cosa e che ora può continuare a cantare “da qualche parte, oltre l’arcobaleno”.

 

Somewhere over the rainbow

Way up high

In the land that I heard of once

Once in a lullaby

Somewhere over the rainbow

Skies are blue

And the dreams

That you dare to dream

Really do come true

Someday I wish upon a star

And wake up where the clouds are far behind me

Where troubles melt like melon drops

Away above the chimney tops

That’s where you find me

Someday I wish upon a star

And wake up where the clouds are far behind me

Where troubles melt like lemon drops

Away above the chimney tops

That’s where you find me

Somewhere over the rainbow

Skies are blue

And the dreams

That you dare to dream

Really do come true

If happy little bluebirds fly

Above the rainbow, why

Oh, why can’t I?

                                                                                                                                 Vladimiro Merisi

Giuseppe Penone

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Doverosa Premessa

Quando penso a cosa mi piace veramente dell’arte contemporanea, mi rispondo: il fatto che la stiano facendo ora, ieri, l’altro ieri. Il fatto che gli artisti siano vivi e vegeti, e interrogabili sul loro lavoro. Poi possono riempirti la testa di cazzate, ma sono lì. Non andiamo a interpretazione, non facciamo stime, non mettiamo all’artista parole in bocca che sono solo “ipotetiche”. Mi piace poter avere un dispositivo audio visivo dove poter trovare la risposta. Questo è quello che cerchiamo, nell’arte. Una risposta. E l’arte contemporanea me la può dare.

Toglietevi dalla testa quei cliché che la definiscono spazzatura. Alcuna lo è, altra no. Come qualunque tipo di arte di cui trattiamo, dalla letteratura al teatro. La maledizione dell’umanità è di non riuscire a comprendere l’epoca nella quale sta vivendo. L’epoca verrà compresa almeno una se non due epoche dopo. Viviamo costantemente alla ricerca della comprensione del passato. E ci perdiamo il presente.

Io ho deciso che non me lo voglio perdere, il presente. In tutto ciò che riguarda l’arte io dico sì al contemporaneo. E provo a condividere ciò che mi appassiona, le cose che secondo me non potete proprio perdervi. Ma senza annoiarvi troppo. Vorrei solo riuscire a stimolare la vostra curiosità.

Cosa non potete perdervi dell’arte contemporanea _1

 

Giuseppe Penone: “Alpi Marittime-Continuerà a crescere tranne che in quel punto”

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Ogni specie di albero un suono,
ogni giorno dell’albero un suono diverso.

(G. Penone)

 

Perché Giuseppe Penone?

Appartiene alla corrente definita “Arte Povera” , formata da un gruppo di artisti perlopiù torinesi.
È piemontese, come me. E l’ho scoperto a trent’anni.
Ho studiato in un Istituto d’Arte, e non ci crederete, ma il contemporaneo, ai miei tempi, si fermava alla Pop Art. Fatevi un asterisco, qui, che poi ci torno.
È vivo e vegeto, come sopra. Insegna in una Accademia di Belle Arti con i contro cazzi, a Parigi.

Perché “Alpi Marittime – Continuerà  a crescere tranne che in quel punto”?

Potrei parlarvi del suo giardino alla Venaria Reale. Sarebbe semplice, certo. Ma quello, ve lo dico, è da vedere. E se non lo avete visto, be’, non ne possiamo parlare. Quindi, fatevi un regalo e andate a visitarlo. Potrei parlarvi dell’esposizione alla Reggia di Versailles piuttosto recente, e quella se ve la siete persi è un casino. Potrei parlarvi di “In limine”, opera esposta permanentemente all’ingresso della GAM di Torino.
Invece no.
Invece vi porto nel 1968.
Nel 1968 Giuseppe Penone ha 21 anni.
Questa cosa è da brivido. Nel processo artistico contemporaneo è molto difficile per un artista trovare il “suo” percorso così presto.
Ma lui ha ventuno anni, e ci crede. Solo questo importa. Crede in quello che fa, ha un linguaggio dentro e una spinta che glielo tira fuori.
“Alpi Marittime” è una serie di opere dove Penone mette il suo corpo, e se stesso, in relazione con la natura. “Continuerà a crescere tranne che in quel punto” contiene un’azione. Dove però l’azione attiva, secondo le parole dell’artista, non è gestita da lui, ma dall’albero. La mano di bronzo, calco della mano dell’artista, circonda il tronco. L’albero continua a crescere tutto intorno alla mano di bronzo.

Perché mi piace?

In questa crescita intorno alla mano ci vedo molto del ricordo, e del dolore.
In quest’opera  l’albero mi insegna che la vita continua, che un impedimento esterno (la mano di bronzo a bloccarne il tronco) può essere superato. Mi insegna a imparare dalle disgrazie e uscirne più forti. Mi insegna a imparare dagli errori, miei o di altri.
Questa è la sua lezione, per me.
Ed è per questa lezione che mi piace.

 

 Eleonora Beatrice Brusati di Settala

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tutti quanti voglion fare jazz – Gli Aristogatti

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“I ristogatti”, dicono i miei bambini più piccoli. E ci sta, per loro che hanno metà sangue veneto: potrebbe tranquillamente essere l’insegna di un ristorante del centro storico di Vicenza.

Abbastanza vecchio da poter portare solo la firma Disney (la conocorrenza sull’animazione è arrivata dopo, mi sa), è un ponte intergenerazionale. Non c’è trent…enne che non se lo ricordi, che se esce l’argomento non si metta a canticchiare “io so’ Romeo, er mejo der colosseo“.

Trama: Duchessa e i tre cuccioli sono i gatti di Madama Adelaide, una ricca e anziana signora parigina. Conducano una vita paradossalmente aristocratica, tra lezioni di piano, canto e pittura. Amici di tutti gli animali della casa, compreso un topolino (Groviera) e un cavallo, vengono accuditi da Edgard, il maggiordomo. Un giorno Madama Adelaide vuole redigere testamento e chiama l’avvocato George. Edgard sente tramite l’interfono dalla sua stanza che Madama ha intenzione di lasciare tutto ai gatti, e, solo alla loro morte, l’intera proprietà passerà a lui. Decide quindi di far fuori i gatti: prepara una crema con una potente dose di sonnifero e li porta in campagna con la sua motocicletta.
I gatti si risvegliano sotto un ponte nel mezzo di un fortissimo temporale, senza capire cosa sia successo. Duchessa, risoluta, sa che devono fare di tutto per tornare da Madama Adelaide che immagina essere in pensiero per loro. A temporale finito incontrano Romeo, gatto randagio e spirito decisamente libero, che si offre di accompagnarli a Parigi “a bordo del suo tappeto maggico” (il telone di un furgone). Il viaggio è spassosissimo, tra incontri straordinari e la banda musicale di Scatcat. Ovvio, Duchessa e Romeo si innamorano, ma lui non è disposto a vivere sotto padrone e Duchessa non ha cuore per non tornare da Madama. Si salutano ai cancelli di casa e si separano.
Ma Edgard, vedendoli tornare, li intrappola di nuovo, e solo l’intervento del topolino Groviera che avvisa Romeo e Scatcat e la banda dei gatti randagi, riesce a risolvere la situazione. Alla fine Madama Adelaide accoglie Romeo e fonda la casa di riposo per tutti i gatti randagi di Parigi. E, dimenticavo ma si era capito, Romeo e Duchessa convolano a convivenza fissa.

Trovo che questo film sia forse il primo che caratterizzi ogni personaggio in modo così dettagliato da farlo balzar fuori dallo schermo. E non solo i protagonisti.
Ne sono testimone diretta, questo diverte tantissimo i bambini. Mario (poco più di tre anni, un vero talento da attore comico) lo ritrovo spesso a fingere di ballare come George, l’avvocato anziano mezzo matto che Madama Adelaide chiama per redigere testamento. E intanto canticchia pure “pararapumpete, pararapumpete“! Una volta che si stava esibendo in questo show mentre usciva dalla scuola materna, un pubblico di bambine gli ha urlato entusiasta: “La so anch’io questa canzone: sono i Ristogatti!”
A tavola per mangiare la minestra, tutti insieme fingono che sia “crema di crema alla Edgard”.
Ma l’apice dell’ilarità non è Romeo, che parla in romanesco, o Duchessa, che tenta di far crescere i suoi cuccioli in modo aristocratico. Nemmeno Scat cat e la sua band che suona un jazz indimenticabile, che ogni bambino balla.
E neanche, per quanto geniali siano, Napoleone e La Fajette, cani randagi che hanno la loro parte nell’ostacolare Edgard.
No, il top dei top sono le ooooche: Adelina e Guendalina blabla.
Oscar per le migliori attrici non protagoniste e applausi scroscianti al loro inventore.

 

Teresa Sala

Maleficent

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Maleficent è un film del 2014 diretto da Robert Stromberg, al debutto da regista. La protagonista Angelina Jolie, qui anche produttrice esecutiva della pellicola, veste i panni della celebre Malefica, la malvagia strega del mondo Disney. Diciamoci la verità, i cattivi Disney sono sempre stati più affascinanti degli eroi in sé (anche se spesso bistrattati). Iconici, originali, immensamente ironici e sarcastici, dallo spiccato umorismo, riescono a conquistarsi le simpatie di spettatori che, per contratto, non dovrebbero fare di certo il tifo per loro. “Questo film parla di un personaggio che abbiamo conosciuto come una persona dal cuore duro, mentre la nostra storia risponde alla domanda: perché? Con Maleficent vorrei che il pubblico avesse la sensazione di essere entrato in un mondo mai visto prima e mi auguro che, alla fine della visione, esca dal cinema con la sensazione che tutti possono redimersi, nessuno escluso”, dichiara il produttore Joe Roth.

Maleficent va visto con gli occhi di chi comunque si aspetta una fiaba vista da un’altra prospettiva: è comunque un fantasy di Disney e per questo è inutile presentarsi in sala con l’idea di vedere un inno alla crudeltà e per quanto ricalchi alla perfezione la storia originale di Aurora e del suo sonno è ovvio che c’è una versione nuova della villain che poi, alla fine, così villain  non è (c’è chi dice purtroppo e chi dice per fortuna). Certo! Una donna che si chiama Malefica che poi, in realtà, è buona fa parlare di sè…

 Malefica è una bellissima, giovane e buona creatura fatata dalle grandi e possenti ali, che vive in un regno boscoso e pacifico chiamato Brughiera, in compagnia di creature fantastiche che vivono in simbiosi con la natura. Un giorno giunge alla Brughiera un ragazzino povero che dice di chiamarsi Stefano. Tra i due nasce una tenera amicizia che col passare degli anni si trasforma in amore reciproco. Tuttavia Stefano non tornerà più alla Brughiera per diversi anni, in quanto sta facendo carriera al vicino castello di Re Enrico, divenendo un dignitario del re. Il vecchio e malandato re Enrico annuncia ai suoi dignitari, fra i quali c’è anche Stefano, che cederà il trono e il titolo di re a chi saprà uccidere Malefica. Stefano, sapendo di poter facilmente portare a termine il compito in quanto amante di Malefica tempo addietro, decide di tentare l’impresa inoltrandosi nella Brughiera. Con la scusa di avvertire Malefica del perfido piano di re Enrico e di voler riallacciare i rapporti con lei, Stefano decide di strapparle le ali per far credere a re Enrico di aver eliminato Malefica. Stefano torna al castello con le ali, e viene quindi nominato re mentre Malefica, stremata, umiliata e spaventosamente addolorata per il tradimento, si incattivisce e diventa una perfida strega del male. Erige una barriera di rovi con la sua potente magia nera, per separare la Brughiera dal regno di Stefano e impedire qualsiasi contatto fra le creature fatate e gli umani. Anni dopo viene alla luce Aurora, la figlia di Stefano, e attuale principessa del regno. Malefica si presenta dunque alla cerimonia del battesimo, e fra lo stupore generale del popolo e di Re Stefano stesso, scaglia per vendetta una maledizione contro la piccola Aurora: ella, il giorno del sedicesimo compleanno, si pungerà il dito col fuso di un arcolaio e cadrà in un sonno profondo dal quale solo il bacio del vero amore potrà svegliarla. Da qui la storia si dipana su due piani: quello della fiaba che tutti conosciamo e quello dela moderna rilettura.

È difficile giudicare la regia di un film come Maleficent perché moltissimo è dato dalla Computer Graphic che ha preso il posto della scenografia (n.d.t. ma il regista è lo stesso scenografo di Avatar quindi ci fidiamo). Sicuramente un’idea che sta balzando nella mente di molte case di produzione, registi, sceneggiatori al giorno d’oggi è “Se non vuoi rischiare col nuovo, prendi il vecchio e modificalo”. Con questa premessa fino ad ora è sempre stato fatto centro parlando di incassi; un po’ meno centro parlando di “qualità” dei film (vedi Alice In Wonderland di Tim Burton).

CAST: Angelina Jolie, Elle Fanning, Juno Temple, Sam Riley, Sharlto Copley, Lesley Manville, Imelda Staunton
DA VEDERE PERCHÈ: Non si smette mai di essere bambini, per vedere la stessa fiaba da un altro punto di vista

Erika Marzano

The Dropkick Murphys

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Oggi, e in barba ai nefasti proverbi relativi agli “inizi” di martedì, diamo il via a una rubrica musicale che speriamo di poter mantenere a una cadenza settimanale.
Parleremo di musica a 360°, senza fittizi steccati formali, di genere e soprattutto in maniera diacronica, attraversando i secoli alla ricerca di quelle che, a mio modesto avviso, sono le più belle composizioni mai scritte.

Ora, dovendo pur iniziare da una parte, ho deciso di partire da una quasi attualità, da un brano di una potenza esplosiva, da ascoltare  “a palla” tanto in casa quanto in auto (coi finestrini chiusi, beninteso) e da riascoltare iterativamente anche… quindici volte di fila per esserne coinvolti in maniera assoluta; un brano particolarmente caro a una mia amica alla quale dedico questa mia prima incursione musicale.

 

 

Chi ha visto il film di Scorsese “The departed” senza mai aver ascoltato prima, fortuitamente, il brano, non può non essere rimasto colpito dalla forza espressa anche dai pochi minuti di ascolto di questo brano corredato da un video girato sul sul lungomare di East Boston che riporta alcune scene del film.

In una intervista Matt Kelly, il batterista dei Dropkick Murphys, racconta: “Ci sono un paio di diverse leggende su come Martin Scorsese abbia messo le mani sulla canzone. Una racconta che Robbie Robertson (uno dei più grandi chitarristi della storia del rock n.d.a.)  il musicista de The Band, gli abbia raccontato di noi, un’altra che fu Leonardo Di Caprio a dire a Scorsese  ‘Ehi, è necessario utilizzare questa canzone!’  La verità è che il brano era già stato registrato in album, (compilation Give ‘Em the Boot: vol. 4 della Hellcat Records. N.d.a) così, purtroppo per noi, non è stato scritto specificamente per il film. ”
Ascoltate con attenzione le prime 24 misure del brano, strumentali: sono fantastiche nel loro crescendo e nel coinvolgimento progressivo dell’intera band.
Le prime otto del brano registrano la presenza del solo basso elettrico sulla prima di ogni quattro; il violino, must della sonorità irlandese, sottolinea il passaggio alle seconde otto in cui il banjo accenna il leit motiv del brano. È a questo punto che la batteria cadenza il tempo che accompagnerà l’intero brano agendo all’unisono su timpano e rullante che doppiano le note del basso e inseriscono, nella prima misura pari, un accento di cassa che restituisce una sorta di battito cardiaco accelerato.

Al banjio si accoppia la fisarmonica che ne doppia il motivo inserendo qua e là una “terza” mentre la chitarra elettrica fa le veci del violino sottolineando con rabbia i passaggi fra le misure.
Solo dopo altre otto misure la batteria utilizza i piatti – due crashes –  a dare colore al ritmo ossessivo instaurato e rimarcato dall’utilizzo del pedale della cassa senza soluzione di continuità.
Al termine di ulteriori otto misure, il tempo diviene più fluido senza perdere energia – tutt’altro –  giocando sulle sonorità dei tre tamburi muti alternati a uno/due colpi sul rullante.
L’effetto è devastante. Non si riesce quasi a star fermi e, con la testa, si intraprende un viaggio che dalle sonorità irlandesi filtrate dalla cultura bostoniana ci riporta dritti al battito tribale.
Dopo 24 misure, appunto, inizia il canto rabbioso del marinaio ferito.
Il testo della canzone descrive un marinaio che aveva perso una gamba salendo la vela di gabbia, e della navigazione fino a Boston per trovare la sua gamba di legno (“find my wooden leg”).

I’m a sailor peg /  And I’ve lost my leg /  Climbing up the top sails /  I lost my leg!

 I’m shipping up to Boston whoa / I’m shipping up to Boston whoa /  I’m shipping up to Boston whoa

 I’m shipping off…to find my wooden leg

Un testo non originale, ma tratto dagli inediti del grande poeta americano Woody Guthrie, scrittore molto prolifico, molte delle cui canzoni non sono mai stati registrate.

È sempre Kelly a ricostruire le circostanze che hanno portato a questo fortunato connubio: “Abbiamo avuto l’onore, concessoci dalla figlia,  di perlustrare i suoi archivi lirici – dopo che lo hanno fatto personaggi come  Springsteen o  Elvis Costello – e scegliere una canzone o due di testi inediti. Al momento non avevamo niente di pronto su cui cucire quelle parole. E il motivo per cui abbiamo utilizzato quello è stato perché in esso c’era la parola Boston’. (I DM sono di Boston e la loro musica è spesso associata a Boston a squadre sportive. N.d.a.)
Si trattava solo di quattro linee di verso, e poi di trasporto fino a Boston, piuttosto.
Abbiamo iniziato a lavorarci su a Madrid, credo nel del 2002,  abbiamo solo fatto una demo di esso che suonava come una band del liceo, non era molto buona. Così ci abbiamo suonato dal vivo qui e là, e abbiamo fatto ri-registrare questo. La canzone era cresciuta un bel po’ dopo la seconda registrazione.  E molte persone che non lo sapevano o aveva la versione registrata, sono rimaste stranite quando hanno sentito il pezzo definitivo.”

I Dropkick Murphys sono un gruppo celtic punk nato a Quincy, nei pressi di Boston nel 1996. Il nome deriva da un centro di riabilitazione del Connecticut. La maggior parte dei loro testi tratta argomenti sociali.
Spesso, per questo, i loro concerti sono seguiti da gruppi di skinhead, sia di destra che di sinistra, ma nonostante ciò il gruppo di Boston non ha mai fatto musica politicamente schierata anzi  hanno dichiarato di non simpatizzare né per il movimento Skin88, né per quello Redskin o comunque per estremismi in genere.
Hanno preso parte alla compilation Rock Against Bush, Vol. 2 schierandosi contro le politiche internazionali del governo di George W. Bush e sono stati in prima linea con l’appoggio alle cause della classe operaia e dei sindacati intessendo un forte legame con il sindacato AFL-CIO.
Il 6 giugno 2012 durante un’esibizione all’Orion di Ciampino, il gruppo è stato costretto ad interrompere la performance a causa di tafferugli durante il concerto da parte di alcuni esponenti del centro sociale di destra Casa Pound nei confronti degli spettatori. La polizia è intervenuta sgombrando il locale con i lacrimogeni e dopo l’arresto dei colpevoli la band ha potuto riprendere lo show.

Nella puntata dei Simpsons “The Debarted”, parodia del film The Departed, compare I’m Shipping Up to Boston  ( https://www.youtube.com/watch?v=ZDKrkmkUHsk  ) ;  una versione acustica serve come sigla per la serie televisiva TNT Rizzoli & Isles (io non l’ho trovata: se ci riuscite, segnalatemela);  nel 2012 il gruppo metal finlandese dei Children of Bodom ha realizzato una cover del brano, includendola nell’album Holiday at Lake Bodom: 15 Years of Wasted Youth (https://www.youtube.com/watch?v=-JPGbFIjBOI ) .

 

Vladimiro Merisi